Clima e migrazioni una complessa spirale che non si può ignorare

Se il riscaldamento globale «muove» le masse

Oltre 260 milioni di persone vivono fuori dal loro paese di nascita. Un fenomeno aumentato con prepotenza
di LORENZO CICCARESE

La migrazione non è per nulla un fenomeno nuovo. Le specie umane migrano da almeno due milioni di anni, da una comunità all’altra, tra stati e continenti, fra mari e terre emerse. L’hanno fatto prima in Africa le popolazioni  di Homo erectus, durante il Pleistocene inferiore, tra 1,6 e O ,8 milioni di anni fa. Il risultato è che il quadro delle popolazioni umane si è arricchito attraverso fughe, flussi, coesistenze, selezione naturale, sovrapposizione tra movimenti consecutivi, conflitti tra diverse specie umane, fino all’uomo moderno, Homo Sapiens. La teoria scientifica più accreditata sulle origini dell’uomo moderno, nota come Out of Africa 2, sostiene che le attuali popolazioni discendano da un antenato comune, relativamente recente, che viveva in Africa orientale, circa 150.000 anni fa, la cui popolazione ha sostituito tutte le popolazioni regionali. L’ipotesi dominante e che il cambiamento del clima sia stato la forza trainante della dinamica geografica del genere Homo.

Rispetto a quelli del passato, gli attuali flussi migratori si differenziano per magnitudine e velocità. Le stime più recenti dicono che i migranti internazionali (ossia quelli che vivono fuori del loro Paese di nascita) siano oltre 260 milioni e che, nel nostro mondo sempre più interconnesso, altre centinaia di milioni di persone siano influenzate da legami familiari, scambi economici e relazioni culturali con i migranti.

I flussi migratori sono prepotentemente cresciuti negli ultimi decenni e hanno raggiunto l’acme nel biennio 2015-2016. L’impeto dei flussi migratori in gran parte legati alla guerra in Siria (mezzo milione di persone sbarcate sull’isola greca di Lesbo, tre milioni accampati in Turchia, 1 milione e mezzo di rifugiati in Libano) ha messo in crisi i sistemi di accoglienza, migrazione e integrazione di molti Paesi del bacino del Mediterraneo, incapaci di reagire di fronte a un fiume umano.

È molto improbabile che questa tendem: a si abbassi nel prossimo futuro. In più, ciò che preoccupa molto è l’enorme incertezza circa le forme che i fenomeni migratori potranno assumere in futuro, a causa della sempre più  stretta interdipendenza e molteplicità di fonti d’instabilità associate a mutamenti geopolitici, demografici e ambientali, in particolare quelli climatici.

I cambiamenti climatici associati all’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera (dovuto all’uso dei combustibili fossili e alla distruzione delle foreste) sta aumentando la frequenza, l’intensità e l’estensione di eventi estremi come uragani, inondazioni, mareggiate, siccità prolungate e ondate di calore, incendi, dal Guatemala alla California, dal Madagascar allo Sri Lanka, in ogni angolo del mondo. Inoltre il global warming sta producendo effetti devastanti sugli ecosistemi, l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacciai alpini e delle calotte polari, del permafrost, l’acidificazione degli oceani. Decine di milioni di persone – anche dai Paesi industrializzati e ricchi del mondo – stanno lasciando le loro terre, le loro case e i loro affetti, creando la più grande crisi di rifugiati che il mondo abbia mai visto. A livello globale, questi cambiamenti ambientali stanno modellando la migrazione umana, specialmente attraverso la loro intersezione con altri fattori di mobilità: povertà, disuguaglianze, mancanza d’infrastrutture, conflitti.

Già nel 2007 l’ufficio Onu dell’Alto Commissario per i Diritti Umani aveva affermato che i Paesi meno sviluppati – proprio quelli che meno di altri hanno contribuito all’effetto serra e il conseguente climate change – avrebbero pagato il prezzo più alto. Le regioni del mondo già adesso più povere, le classi sociali più misere, i bambini e gli anziani, le persone discriminate per motivi sociali, risultano più vulnerabili e meno capaci di sviluppare adeguate risposte ai cambiamenti climatici.

Il cambiamento climatico sta agendo anche come acceleratore dell’instabilità politica in diverse regioni del pianeta, in particolare nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. Un articolo pubblicato nel 2015 sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences da un gruppo di scienziati Usa ha affermato che a far divampare il conflitto siriano sia stato l’andamento climatico tra il 2006 e il 2011. La riduzione delle precipitazioni invernali nella «mezzaluna fertile» avrebbe causato una riduzione del 60 per cento della produzione di cereali, alimento di base per le società rurali della regione. Da lì e partito un esodo di un milione e mezzo di persone verso la capitale e i principali centri urbani siriani, finendo con l’acuire antichi contrasti etnici e sociali.

Inoltre, i cambiamenti climatici avranno conseguenze negative per il sostentamento, la salute pubblica, la sicurezza alimentare e la disponibilità di acqua. Ciò a sua volta avrà un impatto sulla mobilità umana, portando così a un aumento sostanziale della portata della migrazione e dello spostamento all’interno dello stato. L’ultimo rapporto dell’Ipcc (il gruppo intergovernativo di scienziati dei cambiamenti climatici) stima che entro il 2080, tra 1,1 e 3,2 miliardi di persone potrebbero sperimentare la scarsità d’acqua, tra 200 e 600 milioni la fame e tra 2 e 7 milioni l’anno le inondazioni costiere.

Seconda questione. È necessario definire il nesso di causalità tra i fattori ambientali (incluso i cambiamenti climatici) e le migrazioni per discutere dell’ammissibilità di migranti climatici nel territorio di approdo. I Paesi sono chiamati ad assumersi la propria responsabilità per ogni tipo di danno climatico, e ambientale in genere, che il loro comportamento ha causato ai cittadini di altri Paesi. Alla comunità scientifica spetta il compito di dimostrare il nesso causale tra il cambiamento climatico e la migrazione umana, perché questo serve a consolidare il fondamento empirico delle richieste avanzate in materia di giustizia tra i popoli. Nel 2016, il summit ONU «Affrontare i grandi movimenti di rifugiati e migranti» si è conclusa con la Dichiarazione di New York e lo sviluppo dei due International Compacts, gli accordi volontari su rifugiati e migranti, approvati dall’ONU, a fine 2018, a Marrakesh. Il Compact sui migranti è un documento non vincolante e non intacca in nessun modo la sovranità degli Stati. Esso stabilisce semplicemente una serie di linee guida da seguire su base volontaria, per cooperare in maniera più stretta nella gestione delle migrazioni internazionali. Il governo italiano ha scelto di non partecipare al vertice di Marrakech, affidando la decisione al Parlamento. Che ha poi approvato una mozione con cui l’Italia si impegna a «non sottoscrivere il Global Compact» e a «a non contribuire in alcun modo al finanziamento del relativo trust fund».

Infine, gli atteggiamenti sempre più restrittivi che l’Unione europea e alcuni Stati europei hanno dimostrato in materia di asilo e dei diritti degli sfollati rafforzano la consapevolezza del fatto che, nel paesaggio politico  contemporaneo, è necessario lottare per «forzare» la questione dell’uguaglianza. Proprio per evitare che oltre alla desertificazione dell’ambiente, si arrivi alla desertificazione della politica che nega i diritti umani.