Vini Bio, questione di etichetta. L’intervento di ICEA a Vinitaly

 

Cresce la richiesta di sostenibilità per il vino italiano e internazionale e cresce, con la riforma della normativa europea sull’etichettatura, anche l’attenzione alla naturalità del metodo di produzione in vigneto e in cantina e al ruolo di ingredienti come i solfiti. Il vino biologico – al di là di marchi privati e nomi di fantasia – ribadisce il suo ruolo come unico metodo di produzione attento all’ambiente regolamentato e certificato a livello UE.

E’ questo il senso dell’intervento di ICEA a Vinitaly il 16 aprile scorso, nell’ambito del convegno “Vini Bio, questione di etichetta. Quali garanzie per un’informazione chiara e trasparente al consumatore”, organizzato da FederBio in collaborazione con Veronafiere. ICEA, in particolare, ha affrontato il tema della certificazione come risorsa, sia per i produttori che per i consumatori.

La viticoltura biologica negli ultimi dieci anni ha avuto un boom a livello mondiale, con la sua superficie vitata quintuplicata negli ultimi 14 anni. L’Italia con 66.133 ettari di vigneti certificati e 37.412 ettari di vigneti in conversione ha raddoppiato la superficie negli ultimi 5 anni e oggi rappresenta un quarto del vigneto-bio di tutto mondo.
E se la convinzione personale dei produttori a intraprendere metodi di coltivazione e vinificazione biologici è dettata anche da una scelta di qualità da comunicare al consumatore, l’obiettivo della certificazione biologica è quello di garantire il rispetto del regolamento CE 834/07 lungo tutta la filiera.

Il marchio ICEA su una bottiglia di vino garantisce che sia stato prodotto secondo le regole dell’agricoltura biologica, ovvero secondo un modello di sviluppo sostenibile, basato sui principi di salvaguardia e valorizzazione delle risorse e sul rispetto dell’ambiente e della salute del consumatore.